La farfalla nel bicchiere: un romanzo bohémien


La farfalla nel bicchiere di Gianni Leoni, luglio 2019 BIBI Edizioni 256 pagine.

Incipit: Rientrai un attimo in bagno prima di uscire; guardai nuovamente la mia faccia, o meglio, quello che fino a qualche ora prima era la mia faccia. Avevo delle strisce viola che mi solcavano la fronte, gli occhi serrati e tirati agli angoli, sembravo un mongolo dopo una giornata di vento gelido nella steppa. Le labbra erano in fuori, gonfie come quelle di una tipa che avevo visto in un porno. Era la fine, ne ero sicuro. Stavo morendo.

Trama: In un piccolo paese della provincia toscana, Tuco Maria lavora come commesso in una ferramenta di un uomo bizzarro, ex militante situazionista, convertitosi, per mancanza di stimoli e di amore, al commercio di cineserie. Il lavoro gli serve per pagare l’affitto del suo polveroso appartamento, la benzina della Bluepizer e i Black Russian al Bar delle Scheggiate. Fa una vita modesta, ma ha tre inseparabili amici e un sogno che non realizza mai: fare lo scrittore. E una storia, in effetti la scrive, ma non riesce a scrivere il finale. Tuco, non riesce ad amare, ha paura di volare e soprattutto di vivere. Ha vent’anni ed è insoddisfatto: del suo lavoro, degli amici che non comprendono i suoi tormenti, dell’ambiente borghese da cui è fuggito. Quando non sa più come addossare al mondo la responsabilità della sua infelicità “inventa un male”, un’allergia a qualcosa che rischia di farlo soffocare. Questo “male” lo porta in montagna nella casa vacanza dei genitori. Il ritiro nel borgo propizia l’incontro con un anziano signore che, fra un bicchiere e l’altro, gli racconta una storia.

«Tu non sei allergico, tu hai solo paura. Hai paura di tutto, quindi di vivere. Non vuoi vivere, ma hai paura anche di morire, e, pensa che ironia, l’unico antidoto alla morte è la vita.».

Frasi di grande effetto, estrapolate dal testo.

Da pag. 18… Ricordo che passai dal gelo al caldo delle mani di mia madre che si abbatterono su di me, veloci come uccelli in picchiata.

Da pag. 62…«Grazie, K, esempio toccante! E comunque forse ha ragione lui, Tuco, forse sei allergico alla vita. O forse è la mancanza d’amore che rischia di farti morire.»

Da pag. 116…Certe cose capitano solo nei bar. Se si cerca l’anima di una città, la si deve cercare nei bar.

Da pag. 148… Maledissi tutte le mie paure: di volare, di morire, di amare, di non trovare un finale per il mio libro.

Da pag. 201…Quelli che passano una vita ad aver paura della morte, tanto da dimenticarsi di vivere.

Da pag. 203…Mi imposi di rimanere sulla parte battuta del sentiero perché avevo paura dei serpenti. Ne avevo sempre avuto paura. Avevo sempre avuto paura di qualcosa, a pensarci bene.

Da pag. 205…Mi voltai in cerca della voce, era arrugginita come i lucchetti e incrostata come la serranda.

Da pag. 208…Forse ero allergico alla vita. Lo sciroppo, i gamberi, gli acari, erano solo nemici secondari, solo le avvisaglie dell’incedere di un nemico ben più pericoloso. Io non ero in grado di provare amore. Ero io il mio nemico.


RECENSIONE

Storia molto scorrevole, lo stile è schietto, fresco e gradevole, quest’aura bohémien ci fa subito innamorare di Tuco Maria, malato di se stesso, incapace di liberare le proprie emozioni, forse castigato da una madre troppo presente e oppressiva durante l’infanzia. Tuco nel bicchiere, a differenza della sua farfalla, ci è rimasto intrappolato, ha un alibi su misura per ogni responsabilità che non vuole prendersi: non vuole impegnarsi in un rapporto amoroso; non vuole spiccare il volo, (la paura di prendere un aereo, l’aquilone che non si alza); trascina stancamente le sue giornate. Ben riuscite le figure dei personaggi/spalla: il datore di lavoro in ferramenta, ex rivoluzionario redento; il medico condotto “socialista”; infine il più affascinante di tutti, l’anziano di Castelpiano “l’allergico” che tanto ricorda il cowboy nel film “Il Grande Lebowski” (dove il protagonista si fa chiamare Drugo, bell’assonanza!) che appare e scompare d’improvviso al bancone del bar, dispensando chicche di saggezza e perle di vissuto. Molto indovinata la scelta dei nomi della sua banda la BDA: Pix, Joker, K e Tuco. Danno l’impressione di personaggi di una non meglio identificata periferia anglosassone, evitando l’inciampo in un provincialismo nostrano.

Molto interessante la metafora dei bar come ombelico delle città. In sintesi, un bello spaccato di una gioventù allo sbando, che tenta di annebbiare un mondo sbagliato, dietro i fumi dell’alcool e della assenza di coscienza sociale, una mancanza generalizzata di ideali precisi cui far riferimento e senza la quale navigare nella vita diventa quasi impossibile, se non inutile. Tuco Maria somatizza il suo male di vivere inventandosi un’allergia che è una risposta refrattaria a non voler amare il mondo.


Baldassarre Lobue

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