Perché scrivere?

Aggiornato il: gen 23


Sgombriamo subito il campo da quel che non serve, ok?

Quindi, qui non parliamo di diari personali, di scrittura epistolare, di comunicazione sui social network (di questo, invece, tratteremo più avanti) o di altre varie ed eventuali. Qui parliamo di scrittura creativa, intesa come mettersi a tavolino e buttar giù una sana e buona storia di narrativa, racconto o romanzo che sia. Ci state? Ottimo.

Come rispondere alla domanda che titola questo capitolo introduttivo?

Vediamo: perché mi piace; perché amo raccontare storie; perché credo di saperlo fare.

Sono risposte corrette, anche se la prima è banalotta. L’ultima, invece, è un po’ più pretenziosa, ma comunque assai onesta: l’umiltà è una gran cosa e se ci si mette a scrivere va tenuta bella in evidenza, ma un po’ di sano ego male non fa. Perché?

Perché per scrivere bisogna crederci, santa pazienza! Credere in sé stessi, in quello che si sta facendo e, soprattutto e non dimenticatelo mai, nella storia che si sta scrivendo. Quella è roba vostra, solo e soltanto vostra e se non ci credete voi, chi caspita dovrà farlo?

Addentriamoci un po’ più a fondo.

Da dove arriva il desiderio di mettersi a scrivere un racconto?

Dalla lettura, e quanto più si legge, tanto più forte potrà essere la spinta a creare storie. Leggere è un dovere per chi decide di intraprendere questo cammino, quindi, casomai vi venisse in mente che si può scrivere decentemente leggendo poco, beh, cari miei, avete appena vinto il primo premio per la cazzata del secolo.

Detto questo, e dato per assodato che siate anche avidi lettori, oltre che indefessi credenti di poter mettere una pagina dietro l’altra, chiediamoci: sicuri che ci sia qualcuno che bramerà leggere quello che scriveremo?

Eh, lo so, è la classica domanda da un miliardo di euro. Ve la pongo diversamente: perché non dovrebbe esserci, questo qualcuno?

Un atteggiamento propositivo e positivo, sin dall’inizio, vi sarà assai utile, soprattutto in quei momenti (e si presenteranno, oh, se si presenteranno!) in cui non sarete sicuri più di nulla, nemmeno di come vi chiamate. Questo perché, ahimè, avere tutto in testa, dall’inizio alla fine, o persino una bella pila di appunti sulla trama, i personaggi, gli intrecci, non vi serviranno a un accidente nel momento in cui perderete un po’ si smalto nella stesura. Essere positivi e andare contro ogni cosa che l’insicurezza vi metterà davanti è essenziale. Anche quando vi sembrerà che la vostra storia sia una stupidata colossale. Succede a tutti, anche ai più grandi.

Scriviamo perché amiamo raccontare storie tanto quanto amiamo leggere storie, questo è il sunto.

Eppure, giustamente, si può e si deve obiettare che non tutti quelli che si mettono a scrivere sono destinati alla gloria. È una verità amara: se ci sono cento persone che scrivono è statisticamente impossibile che ci siano anche cento ottimi scrittori; per quanto sia duro da accettare, è qualcosa che dobbiamo tenere a mente.

Allora, cosa deve fare il neofita per metter la testa oltre il folto gruppo che sbraccia per emergere?

Eh, beh, altra domandona, ma diciamo pure che un paio di cosette sono proprio essenziali: avere qualcosa da dire e possedere un modo personale di farlo.

Sì, lo so, vi sembrano robine scontate e ordinarie, ma tanto più lo crederete, tanto più scriverete…così così.

Decidiamo di metterci a scrivere per dar voce e corpo a quello che spinge dentro al nostro cranio, perché tanto più amiamo anche solo l’idea di scrivere, tanto più è affollata la schiera di storie che premono per essere raccontate.

Decidiamo di metterci a scrivere perché vogliamo che quello che raccontiamo sia letto. È anche questo che ci spinge, perché se così non fosse scriveremmo diari o polverosi dattiloscritti lasciati a morire in un cassetto.

Però… però… come detto più sopra, esiste una valanga di gente che scrive malino, male, orribilmente, convinta di essere Hemingway redivivo! E sapete perché? Ve lo dico io: partono con l’idea santa, brillante e purificatrice che quello che esce dalle loro mani (e dal loro cervello) sia l’Opera Magna. Ecco, questo, cari miei aspiranti scrittori, ve lo dovete dimenticare. Qui serve l’umiltà a cui accennavo. Saranno i lettori a decretare se il vostro lavoro sia indimenticabile, bello, carino, appena accettabile o uno schifo nucleare. Certo, per giungere ai lettori servono pure gli editori che vi pubblichino, ma su questo tema spinoso ci arriveremo alla fine.

Toglietevi dalla testa di scrivere perché vi hanno convinto che sapete farlo. Non date retta alle sirene compiacenti, soprattutto quelle dei maledetti social network con i loro Like e gli Emoticons.

Fatelo perché volete, perché vi piace, perché non potete farne a meno, perché vi dà soddisfazione, perché è uno sfogo irrinunciabile, perché è una spinta irrefrenabile, ma mai, MAI, perché siete inondati dalla superbia di essere dei fenomeni o perché vi lisciano talmente tanto il pelo da portarvi a crederlo.

Quindi:

umiltà=vi serve perché, credetemi, è la sola strada per evitare stronzate che già farete fatica a non scrivere, almeno inizialmente;

crederci (un pizzico di ego)=vi serve perché altrimenti inizierete storie e non le finirete mai e, anche fosse, sarebbero povere, limitate, prive di forza.

Tutto chiaro?


Rolando Cimicchi

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