Il falso mito dello scrittore unius libri

Timeo hominem unius libri


Fra i miti letterari moderni c’è sicuramente anche quello dell’autore di un solo libro, vale a dire dello scrittore la cui fama ha varcato il tempo consegnando al mondo una sola opera.

Per la verità, basterebbero i casi di Lucrezio col suo De rerum natura e di Petronio col Satyricon per smentire la modernità del mito, ma nella fattispecie si potrebbe sempre sostenere che data l’antichità di questi autori, altre opere potrebbero essere andate perdute.


In epoca moderna, tuttavia, le cose non vanno diversamente e a ben vedere quello dello scrittore unius libri si rivela insomma poco più che un mito, come quello dell’Eldorado o di Shangri-La, di scarsa attendibilità.

I casi citati per tentare di avvalorarlo, infatti, sono quantomeno opinabili, se non frettolosi. Si citano spesso i casi di Mary Shelley, Emily Bronte, Margaret Mitchell, Boris Pasternak, Sylvia Plath, Ralph Ellison, J.D. Salinger senza ricordare o forse addirittura sapere che furono tutti autori copiosi e plurigenere.


Personalmente, conosco un solo caso che possa attagliarsi alla fattispecie e non è, va detto, uno dei più fortunati: è il caso di Giuseppe Lo Presti.

Mi sono imbattuto in lui, che oggi avrebbe la mia età, perché ho trovato il suo nome in un libro tormentoso di Antonio Franchini dedicato a Dante Virgili, l’unico scrittore – come mi pare recitasse un trafiletto su internet - dichiaratamente nazista del panorama narrativo italiano e che, a quanto ne so, per lungo tempo ha condiviso col più giovane Lo Presti la sorte di essere un single book writer.


Non voglio parlare di Virgili perché farei solo un riassunto di ciò che Franchini ricostruisce con maggiore competenza di me avendolo conosciuto di persona. Preferisco parlare di Lo Presti, perché forse la sua vicenda è meno nota e l’esito tragico che ha avuto lo relega, forse immeritatamente, al rango dei would-be.


Trapanese trapiantato a Torino, Lo Presti si avvicinò agli ambienti dell’estrema destra fin da adolescente. L’estrema destra di allora non era né quella del doppiopetto né quella del manganello; era quella delle rapine e degli atti terroristici, tant’è che venne più volte arrestato e trascorse, a varie riprese, undici o dodici anni in galera e pare che per le sue frequentazioni il suo nome compaia in molte importanti indagini sull’eversione nera.


Le biblioteche delle carceri probabilmente risvegliarono in lui l’istinto della scrittura e nel 1986 pubblicò un romanzo per una piccola casa editrice vicina agli ambienti politici da lui frequentati. Il romanzo arrivò chissà come a Aldo Busi, che evidentemente se ne fece paladino e nel 1990 riuscì a farlo ripubblicare dalla Mondadori con un nuovo titolo, “Il cacciatore ricoperto di campanelli”. Col tempo, ci informa Wikipedia, il libro è stato considerato un cult-book. Solo che nel frattempo Lo Presti era morto a San Remo dopo una rapina finita male. Aveva 37 anni.


Oggi nel web la entry Giuseppe Lo Presti fa scaturire qualche decina di pagine, al netto di omonimie – come un Lo Presti scrittore pure lui e un Lo Presti pittore – fra le quali anche il testo delle sue dichiarazioni rese all’Inquirente nel 1991 per la strage dell’Italicus. Ma ci sono anche una pagina a lui dedicata da un’emittente televisiva sicula e un’altra nel sito denominato “Trapani Nostra”. Il libro, invece, da tempo scomparso, nel 2015 è stato ripubblicato a cura di Salvatore Mugno da Stampa Alternativa.


Alessandro Tempi

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